Il Governo ha varato la sanatoria per i Comuni che nel 2014 non hanno adottato i provvedimenti della tassa rifiuti nei termini.
La questione riguarda centinaia di Comuni che per diverse ragioni non sono riusciti ad approvare entro il 30 settembre 2014 i provvedimenti applicativi della Tari per il 2014.
In molti casi la mancata adozione non è dipesa dalle complessità riscontrate nei nuovi meccanismi di calcolo della Tari , ma da motivazioni oggettive tra cui il cambio del sindaco e l’insediamento della nuova amministrazione avvenuto di fatto ad estate inoltrata.
Questi Comuni nel frattempo hanno riscosso la Tari in acconto per il 2014, sulla base delle tariffe vigenti per il 2013, ma si sono ritrovati a ottobre con il dilemma se approvare i provvedimenti Tari in ritardo oppure continuare a riscuotere sulla base delle tariffe applicate nel 2013.
Alcuni hanno optato per la prima soluzione, ma le delibere approvate in ritardo sarebbero inefficaci per il 2014, alla luce della recente giurisprudenza in materia di Imu e di addizionale Irpef (Consiglio di Stato sentenze n. 3808/2014, n. 3817/2014 e n. 4909/2014).
Altri hanno invece deciso di continuare ad applicare le tariffe Tares/Tarsu del 2013, facendo affidamento sulla sostanziale identità della Tari con la Tares (o varianti consentite dalla legge 124/2013): stesse finalità, medesimi soggetti passivi e presupposti impositivi. Identità che permetterebbe di superare il diverso nomen iuris dei tributi, fermo restando il principio della copertura integrale dei costi e la possibilità di intervenire sul primo piano finanziario utile. Soluzione forzata ma più convincente della prima, considerato che l’ordinamento giuridico deve comunque garantire la riscossione del prelievo a fronte di un servizio essenziale che l’ente deve necessariamente fornire.
Il Milleproroghe risolve definitivamente la questione offrendo copertura normativa ad entrambe le opzioni. Vengono ora ritenute valide le deliberazioni della Tari adottate dai comuni entro il 30 novembre 2014, quindi con due mesi di ritardo rispetto alla scadenza prevista. Ai Comuni che invece non hanno deliberato la Tari entro il 30 novembre 2014 è consentito riscuotere il prelievo sulla base delle tariffe applicate per l’anno 2013, recuperando con il piano finanziario di quest’anno le eventuali differenze tra il gettito acquisito con le vecchie tariffe e il costo del servizio. Non è chiaro comunque perché, nella seconda opzione, viene indicato il termine del 30 novembre considerato che i bilanci (e relativi provvedimenti tributari) andavano adottati entro il 30 settembre 2014.
Il Patto di stabilità nuova versione offre cambiamenti di rilievo importanti, che puntano su tre obiettivi:
correggere gli effetti collaterali dei vecchi vincoli, premiare le amministrazioni che hanno ridotto in modo più significativo la spesa corrente e incentivare un’applicazione corretta, e non elusiva, della riforma della contabilità in vigore per tutti da quest’anno, in particolare nella parte in cui chiede alle amministrazioni locali di far emergere i difetti della riscossione e di “coprirli” con un Fondo crediti di dubbia esigibilità.
Al primo obiettivo, quello legato all’eliminazione di effetti non voluti, guardano due correttivi. La base di calcolo per la spesa corrente media a cui applicare i nuovi moltiplicatori si estende di un anno, abbracciando il quadriennio 2010-2013, ma rimane di fatto triennale perché permette a ogni ente di eliminare dai conteggi l’anno in cui la spesa è stata più alta. Dal momento che il saldo obiettivo è proporzionale alla spesa corrente media, in questo modo si risolve il problema dei «picchi di spesa» che gonfiano gli obiettivi di Patto: un problema, questo, sentito soprattutto nei Comuni medio-piccoli, dove un’uscita eccezionale in un singolo anno (per esempio per affrontare un’emergenza ambientale o un danno idrogeologico) può spingere drasticamente in alto la media triennale e quindi gli obiettivi di bilancio chiesti dal Patto. Dalla base di calcolo, poi, escono due voci importanti: i rifiuti, che con l’arrivo della Tares sono rientrati nei bilanci di tutti i Comuni (e sono integralmente finanziati dal tributo) e il trasporto pubblico locale, che è coperto dal mix di tariffe e compensazioni.
Per spingere gli amministratori locali ad applicare in pieno la riforma della contabilità, e a bloccare nel fondo crediti di dubbia esigibilità una somma davvero proporzionale ai problemi incontrati dalla riscossione, la riforma crea un meccanismo di vasi comunicanti nel quale ogni euro in più vincolato nel Fondo si trasforma in un euro in meno nell’obiettivo di Patto. In questo modo, toccherà all’autonomia dei singoli enti decidere quante risorse congelare nel fondo e quante invece attribuire al Patto. Le conseguenze non sono di poco conto, perché il Fondo diminuisce la capacità di spesa corrente, mentre il Patto punta sostanzialmente sul conto capitale.
Gli enti in cui la riscossione funziona meglio, però, avranno necessariamente un Fondo crediti leggero, e quindi pochi sconti sui vincoli di Patto. Per ovviare al problema la riforma introduce incentivi per premiare, con alleggerimenti dei saldi obiettivo, chi registra i tassi di riscossione maggiori. Un secondo meccanismo «meritocratico» premierà invece chi ha ridotto di più la spesa negli ultimi anni: per premiare questi Comuni ci sono sul piatto 350 milioni.